di Massimo Mastruzzo*
Siamo in attesa di vedere la passeggiata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei luoghi distrutti dal ciclone Harry, che ha colpito l’Italia meridionale tra il 20 e il 22 gennaio 2026. Un ciclone che ha generato onde eccezionali, raggiungendo i 16,66 metri di altezza nel Mar Ionio, stabilendo il nuovo primato per l’onda più alta mai registrata nel Mar Mediterraneo.
Le raffiche di vento hanno superato regolarmente i 100-110 km/h, con picchi fino a 120 km/h in diverse località costiere del Sud Italia. Al largo di Siracusa (Capo Murro di Porco), sono stati documentati “spruzzi” d’acqua causati dall’impatto delle onde sulla scogliera alti fino a 80 metri, devastando strade costiere, banchine portuali, stabilimenti balneari e reti ferroviarie. I danni complessivi sono stimati in diversi miliardi di euro tra Sicilia, Sardegna, Calabria e Puglia.
Tuttavia, nonostante la gravità dell’evento, non è stato sufficiente a produrre notizie in prima pagina sui media nazionali. Non si sono visti approfondimenti politici nei talk show, se non qualche battuta al limite del decoro, come quella sul “usare i soldi per il Ponte per le emergenze”. Una battuta che, personalmente, non meriterebbe nemmeno risposta. E qui mi limito a una riflessione educata: quali fondi per grandi infrastrutture sono stati dirottati, ad esempio, per gli eventi tragici in Emilia-Romagna o in Liguria negli anni scorsi? Forse quelli destinati alla diga foranea o al terzo valico?
Il Sud-Italia come bancomat: una riflessione sui fondi e le politiche
Il ciclone Harry non è che l’ennesima manifestazione di una più ampia discriminazione territoriale. Il Sud Italia è stato costantemente trattato come un bancomat, con i fondi destinati a ridurre i divari territoriali sottratti sistematicamente. Dalla Corte dei Conti europea che nel 2005 evidenziava le responsabilità dei governi nazionali nell’assorbire in modo eccessivo i fondi destinati al Sud, alla sottrazione di risorse previste da strumenti come i Fondi per le Aree Sottoutilizzate (FAS) e il Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC).
Tra il 2008 e il 2011, le politiche per il Mezzogiorno furono annullate dal governo Berlusconi IV per rispondere alla crisi finanziaria del 2008 e alla crisi dell’euro del 2011. Ma nel 2015, la situazione è peggiorata ulteriormente. Il Fondo di Sviluppo e Coesione, che avrebbe dovuto destinare 64 miliardi al Sud, vide impiegati solo 3 miliardi. Questi fondi furono dirottati per finanziare, tra le altre cose, l’esenzione sugli immobili (ICI), gli ammortizzatori sociali e la ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo nel 2009.
E non si fermano qui. Il governo Letta utilizzò il cofinanziamento nazionale e i Fondi di Sviluppo e Coesione destinati alle regioni meridionali per finanziare gli sgravi contributivi per la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma questi fondi non finirono certo al Sud, visto il perdurare dell’emigrazione per lavoro dal Meridione.
Il governo Renzi, nel frattempo, prelevò 3,5 miliardi dal “salvadanaio” destinato al Sud per pagare gli sgravi contributivi del José Act, una misura che non aiutò certo la crescita economica del Mezzogiorno. Potrei continuare con il governo Conte II, proseguire con i governi Draghi e arrivare all’attuale governo Meloni, che ha messo in atto il solito trucchetto dei progetti sponda, funzionali a dirottare fondi destinati ai cittadini del Sud.
Per chi volesse approfondire la veridicità di questi furti di Stato a danno del Sud Italia, consiglio la lettura del libro “Caino e Abele: la maledizione del Sud” di Piernicola Pedicini.
Un Sud dimenticato e un Paese che non cambia
La storia che raccontiamo non è solo quella di un disastro naturale, ma di un disastro sistematico, che si ripete con una preoccupante regolarità. Il Sud Italia continua a subire danni gravi, sia da calamità naturali che dalla gestione politica e economica del nostro Paese. Ma, come sempre, l’indifferenza delle istituzioni e dei media fa sì che l’emergenza venga rapidamente dimenticata. Le risorse destinate a ridurre i divari vengono sistematicamente dirottate altrove, e la gente del Sud resta sempre più sola.
*Direttivo nazionale MET (Movimento Equità Territoriale)



