Ogni sera, a Cerisano, la Piazzetta della Chiocciola, che ha ospitato gli spettacoli della Compagnia Ferrajolo, ha registrato una copiosa presenza di pubblico, di piccoli e grandi, di sensibilità, di umori.

Da Cerisano
Ieri sera, percorrendo il dedalo che si ramifica nel borgo antico di Cerisano, il quale in questi giorni è stato abbigliato in maniera sufficientemente consona al rango del suo Festival appena concluso, ho cercato una fugace soluzione di continuità alla bella passeggiata, intrapresa poco prima, presso i mattoncini della Chiocciola, nella piazzetta attigua alla gaudente e olezzante Piazza Greco, ove ho trovato allestito un “castelletto”, ovvero il tipico baldacchino adibito a ribalta, dalle mani dei maestri burattinai, per le “esibizioni” delle loro “creature”. Neanche il tempo di sedermi, e il piccolo sipario si è aperto, come un balcone che si apre su un mondo, o meglio, su una realtà parallela alla nostra, ove l’arte e le emozioni hanno l’aspetto di singolari figure modellate, vestite e colorate in modo tale da riprodurre, con l’aspetto del mezzobusto, dei lineamenti animati che, nel paesaggio della nostra percezione, si materializzano vagamente in forma umana, più o meno come l’eco, che, propagandosi in una vallata, offre indefinitamente l’idea del suono della voce: una riproduzione, in altre parole, approssimativa e quasi caricaturale, apparentemente minimale ma tangibilmente articolata e affascinante. E così la mia pausa si è leggermente prolungata. Opportunamente prolungata. Pare che la sua origine sia eminentemente popolare: a differenza di quello delle marionette, comprendente anche la raffinata Opera dei Pupi siciliana, il Teatro dei Burattini rifugge da ogni caratterizzazione aristocratica e particolarmente ricercata. L’aspetto stesso, di cui si parlava poco fa, con cui il burattino si presenta, nella sua materialità, con la testa di legno e il corpo di stoffa, pressoché informe e ovviamente privo di gambe, che il burattinaio indossa come un guanto nell’atto di animarlo, è preclaro in tal senso, provvedendo, inoltre, a porre in evidenza la fallacia umana, resa ancor più marcata dall’intimo rapporto tra il pupazzo e il suo animatore: un rapporto che, sviluppandosi in un contatto diretto con le falangi e il palmo di una persona, rende immediata la trasmissione, o meglio il contagio, della gestualità e delle più intime sensazioni tra l’essere umano e i movimenti che esso imprime al fantoccio, determinando una prossemica multiforme tra burattinaio, burattino e pubblico, in cui si mescolano scene, frasi, nevrosi, unitamente a risate, silenzi, riflessioni, applausi. E il pubblico è un vivace puzzle di piccoli e grandi occhi, ove ognuno vive secondo la propria età, il proprio umore, la propria personalità i dialoghi e le vicende che si succedono in quel piccolo palcoscenico, che, in ogni caso, regala anch’esso bellezza alla platea, come ogni spettacolo che si rispetti: la bellezza di un’arte antica, antichissima, che con i lesti movimenti delle estremità degli arti superiori riesce a condurre in situazioni spassose e in luoghi anche lontani. Situazioni e luoghi che, nel caso degli allestimenti curati, per l’edizione del Festival giunta ieri all’epilogo, dalla Compagnia Ferrajolo, conducono sotto il cielo e nelle atmosfere di Napoli, quelle in grado di allietare l’umore, o comunque, consolare l’animo, anche quando arrivano a noi indirettamente, portati ai nostri occhi e al nostro udito dal vestito bianco, dalla maschera nera e dall’accento spiccato di Pulcinella: così anche il più disinteressato spettatore, capitato magari lì per caso, a un tratto si desta da quell’assuefazione all’ordinario che ogni giorno ci soggioga e ci guida, come una sorta di mano invisibile, che, sgualcendo il tessuto della nostra coscienza, ci rende perfino meno liberi di questi burattini, animati, invero, da capacità e sentimento. Sì, a un tratto sento farsi spazio nella mia mente un pensiero, andante a scomodare Giovanni Pascoli; un pensiero che mi dà la sensazione di un risveglio, del risveglio di un fanciullino: sì, a risvegliarsi è il bambino che vive dentro di noi, che vede, che vuole vedere il mondo più bello di quello che è; quel bambino che, in definitiva, sarebbe ben felice se questo sipario, questo balcone sulla dimensione semplice e innocente dei burattini, restasse aperto per sempre. Però, come ogni cosa bella, lo spettacolo finisce e la passeggiata, temporaneamente e opportunamente interrotta, riprende: già, si ritorna nel quotidiano, ma con il cuore più leggero, sperando che, prima o poi, il fanciullino possa tornare a farsi vivo, a parlarci e a indurci a cogliere i colori con la stessa serenità di quelle bambine e quei bambini che ogni sera hanno aspettato ansiosamente le storie di Pulcinella e dei suoi amici.
Pierfrancesco Greco



