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Tra partenze e radici mai recise: così la stampa tedesca racconta lo spopolamento di Scala Coeli

La strada per raggiungere Scala Coeli sale inerpicandosi tra curve e continui dislivelli. Poi, all’improvviso, l’abitato compare adagiato sul pendio, con le case disposte gradualmente l’una sull’altra, quasi a formare una scalinata rivolta verso il cielo. Il nome evoca un’ascesa ideale, ma la realtà documentata dalla giornalista tedesca Maria Krell sulle pagine dello Stuttgarter Nachrichten costringe a volgere lo sguardo verso il basso: alle porte serrate, ai flussi migratori stratificati nei decenni e a una comunità che ha visto progressivamente contrarsi il proprio bacino demografico.

Non ci si trova di fronte al consueto racconto consolatorio del borgo calabrese da salvare a tutti i costi. Il reportage sceglie di evitare le dinamiche del racconto turistico o le comparse di maniera, adottando una prospettiva più complessa: analizzare Scala Coeli come il prodotto concreto di una precisa dinamica economica e sociale che ha unito l’Italia e la Germania, garantendo occupazione a migliaia di lavoratori e modificando, di conseguenza, la struttura dei paesi d’origine.

I dati numerici delineano i contorni del fenomeno. Secondo quanto evidenziato nell’inchiesta, Scala Coeli è passata dai circa duemila residenti dei primi anni Novanta a poco più di un terzo della popolazione attuale. La contrazione demografica non rappresenta tuttavia un caso isolato, ma si inserisce in un quadro ben più ampio. Le rilevazioni dell’OCSE richiamate nell’articolo indicano che oltre la metà dei comuni italiani ha registrato un decremento di abitanti tra il 2002 e il 2021, con una marcata incidenza nelle aree del Mezzogiorno.

Memorie tra i vicoli e il peso dell’emigrazione verso la Germania

Le sole rilevazioni statistiche non riescono tuttavia a descrivere appieno la quotidianità di un territorio che perde abitanti. Per comprendere tale dimensione, l’analisi si muove lungo i vicoli del centro storico attraverso le testimonianze dirette di chi è rimasto e di chi è partito.

Oscar, 71 anni, accompagna la cronista tra i passaggi del paese, ricordando l’epoca in cui quegli stessi spazi erano animati dalla presenza di bambini e dalle attività quotidiane. Oggi, le facciate intonacate s’alternano ad abitazioni chiuse e a immobili proposti sul mercato a cifre simboliche. Non si tratta di semplici strutture abbandonate, bensì degli indici visibili di una mutazione che ha ridefinito la geografia umana locale.

Negli anni Settanta, le risorse economiche inviate dai lavoratori all’estero sostennero una fase di crescita edilizia. La partenza era finalizzata al risparmio per la costruzione della casa in Calabria, con la prospettiva di un successivo rientro. Per molti, tuttavia, quel ritorno è rimasto indefinito, mentre la vita quotidiana si strutturava stabilmente altrove.

In questo contesto, il ruolo della Germania risulta centrale. L’accordo di reclutamento sottoscritto nel 1955 avviò una stagione migratoria che rispondeva a duplici esigenze: la domanda di manodopera dell’industria tedesca e la ricerca di un reddito stabile per molte famiglie italiane. Dietro le dinamiche economiche vi erano persone spesso in giovane età, chiamate a confrontarsi con contesti lavorativi complessi, barriere linguistiche e il distacco dai luoghi d’origine.

Questa esperienza viene ricostruita attraverso la testimonianza di Rosetta, 69 anni, residente a Wernau. Partita dalla Calabria a diciotto anni, appena sposata e senza alcuna conoscenza della lingua tedesca, affrontò inizialmente fasi di isolamento e difficoltà ambientali. Con il trascorrere del tempo, la nascita dei figli, l’inserimento lavorativo e l’accesso ai servizi consolidarono la sua permanenza all’estero, allontanando progressivamente l’ipotesi del rientro definitivo. «La casa a Scala Coeli era stata costruita. Ma il centro della sua esistenza si era ormai spostato in Germania», rileva il testo evidenziando la complessità di una scelta condivisa da molti emigrati.

Tra illusioni dei bandi ad un euro e sfide per il futuro del territorio

L’emigrazione ha generato legami transnazionali e nuove appartenenze, consentendo il miglioramento delle condizioni socio-economiche di molte famiglie, ma ha al contempo alterato la continuità strutturale delle comunità di provenienza. Il risultato si configura come un intreccio di opportunità individuali e perdite collettive.

La riduzione della popolazione comporta una diretta modifica delle condizioni di vivibilità: il mantenimento dei servizi essenziali diventa più complesso, le distanze logistiche aumentano e le occasioni occupazionali si riducono, alimentando un processo di spopolamento che tende ad auto-rafforzarsi. In questo ambito, le iniziative volte al ripopolamento dei piccoli centri, dalle vendite di immobili a prezzi simbolici agli sgravi fiscali, rischiano di dimostrarsi parziali se non integrate da interventi strutturali. L’attrattività di un territorio non si esaurisce nella disponibilità abitativa, ma richiede infrastrutture viarie, presidi sanitari, istituzioni scolastiche e opportunità lavorative stabili.

Tuttavia, l’analisi non descrive un quadro privo di prospettive. Tra le testimonianze emergono percorsi differenti, come quello di Francesco, cresciuto a Waiblingen, i cui genitori sono rientrati a Scala Coeli dopo il pensionamento, o di Domenico, che ha riavvicinato i contatti con il paese d’origine valutando ipotesi di permanenza temporanea. Queste dinamiche dimostrano come il ritorno possa assumere forme nuove e slegate dalla semplice riproduzione del passato.

La questione di fondo non risiede nel fare appello al senso del dovere delle generazioni successive per invertire i flussi migratori, poiché la tenuta dei territori dipende da scelte di pianificazione pubblica e investimenti in servizi di base. Il caso di Scala Coeli solleva dunque un quesito che investe la programmazione europea sul ruolo e la sostenibilità dei piccoli centri, la cui sopravvivenza necessita di politiche ordinarie e continue piuttosto che di soli interventi emergenziali. In definitiva, un territorio non rischia l’abbandono soltanto quando le abitazioni rimangono inutilizzate, ma quando vengono meno le condizioni materiali per poterle abitare.

Antonio Loiacono