Gio 30 Giu 2022
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Se fa male non è amore

Questa mattina nell’auditorium dell’Istituto comprensivo di Celico si è svolto l’incontro a cura della Questura di Cosenza e promosso dall’Amministrazione comunale, inserito nella campagna “… questo NON è AMORE 2019”. L’iniziativa della Polizia di Stato, giunta al suo terzo anno consta anche di un camper mobile antiviolenza itinerante. È lo strumento che i cittadini e le donne hanno a disposizione, laddove ricorrano gli estremi, per poter denunciare una violenza. Non si è discusso solo di abusi sulle donne ma, vista la presenza degli studenti, anche di cyber bullismo. Tutti gli interventi son stati legati da unico filo conduttore non solo quello di sensibilizzazione anche delle nuove generazioni ma soprattutto quello di far capire alle donne e a chi, più in generale è vittima di maltrattamenti, di non essere soli, del bisogno di creare una rete solidale e di sostegno nei territori. Il compito della polizia è quello di fare prevenzione anche tramite applicazioni innovative quali YouPol, disponibile su tutte le piattaforme digitali, gratuita e grazie alla quale si possono denunciare anche in mantenendo l’anonimato non solo atti di bullismo e spaccio di droga ma qualsiasi forma di violenza subita o di cui siamo a conoscenza.

Ogni giorno i media ci raccontano di donne massacrate, arse vive, brutalizzate. E il mostro non c’è certo bisogno di andarlo a cercare chissà dove, è tra le mura domestiche, ha le fattezze del marito, del compagno, del fidanzato. Per anni gli omicidi son stati catalogati da una stampa e una giurisprudenza frettolosi come delitti passionali. Ma cosa c’entra la passione con un atto tanto crudele? Ora, più elegantemente, si parla di femminicidio. Ma lo schifo resta. Quello di una società che molte volte si mostra indifferente e addormentata, incapace di ascoltare i silenzi delle vittime, quella che difficilmente tende una mano presa dal tran tran quotidiano, quella che si fa gli affari propri per campare cento anni (ma solo quando non trova utilità monetizzabile nell’impicciarsi).

Da sempre la donna è stata considerata un oggetto da possedere, da far proprio o esibire, buona solo per badare alle faccende di casa o quale genitrice di figli. Negli anni nonostante le lotte femministe che hanno portato un allargamento dei diritti anche alle donne, favorendo l’intraprendenza femminile in molti aspetti sociali, garantendo il diritto di scelta in molti di quegli aspetti che hanno a che fare con il nostro corpo, un dato però rimane incontrovertibile: ancora esistono uomini che considerano la donna come un oggetto.

La categoria della donna-oggetto, una merce, un essere di meno. Una femmina preda degli appetiti dei maschi. Retaggi culturali e religiosi consacrano la concezione per la quale è sempre colpa della donna la violenza subita. Le giustificazioni: “era vestita in maniera provocante”, “avrà sicuramente tradito il marito che è così tanto buono” (sì tanto buono da massacrarla di botte, da perseguitarla, da ucciderla anche davanti agli occhi dei figli).

Si badi bene che la violenza non necessita di un atto fisico, molto più pericolosa e pungente è quella psicologica, invisibile e subdola. Quella fatta di frasi tipo: “Non vali niente”, “O mia o di nessun altro”. Le parole come arma di ricatto e  di prostrazione, ma anche di distruzione. Pian piano queste esistenze stuprate si spengono, paurose e sole. Denunciano il più delle volte ma non sempre si arriva in tempo per salvarle. Ci vuole tanto coraggio per decidere di andare dalla polizia, a confidarsi con un’amica, un familiare. Troppe volte si vede la propria vita come un fallimento totale. Non è così. Non siamo noi donne ad essere sbagliate, ma il mostro che alberga nel nostro seviziatore. Dobbiamo in primis imparare a rispettarci e a riprenderci la nostra dignità e, in qual modo, rispetto e dignità dobbiamo pretenderli dagli altri.

Esistono anche donne che sottovalutano alcuni segnali all’apparenza insignificanti, ma che preludono ad atti ben più gravi. Quelle che tendono a giustificare la violenza subita colpite dalla sindrome della crocerossina.

Accanto a queste tipologie di donne, esiste quella dell’uomo-padrone che detta legge, al volere del quale si deve sottostare. Quello in grado di toglierti tutto anche l’esistenza. Quello che considera le donne come un bene di sua proprietà. Gli uomini che propagandando il “capitalismo del corpo della donna”. Un business. L’uomo-padrone si sente un d-Io da adorare e servire. Un superuomo come quelli disegnati dal fascismo. Infallibili e virili.

L’assassinio delle donne resta un grido muto che cerca di trovare accoglienza e suono, è la speranza che viene annullata.

“Chi ti picchia non ti ama”, chi ti vessa quotidianamente non ti ama.

Bisogna educare all’amore. Un’educazione rivoluzionaria per quanto semplice, che ponga al centro dell’agire il rispetto per le donne lungo tutto il nostro percorso di crescita (da bambine, a ragazze, a donne e poi forse anche a madri).

Amare una persona significa lasciarla libera anche di non continuare una relazione; significa tenerla vicina senza catene o costrizioni, o peggio ancora ricatti; amare non è possedere ma donarsi, amare vuol dire accarezzare la bellezza con delicatezza.

 

Chantal Castiglione