Sab 18 Set 2021

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Festival delle Serre, tra spirito verdiano e jazz

di Pierfrancesco Greco

Il teatro realizzato celermente, pochi giorni fa, a Cerisano, in via Pianolungo, dove, praticamente da sempre, hanno luogo le esibizioni previste nella Sezione “Jazz” del Festival delle Serre, nelle scorse ore s’è riempito in pochi minuti; lo spettacolo, inserito grazie al musicista cerisanese Massimo Belmonte, nel programma della XXVI Edizione, del resto, era di quelli a cui gli appassionati di musica, in questo caso, non solo di musica jazz, difficilmente rinunciano: Verdi’s Mood, concerto rifacentesi all’omonimo progetto, che s’è concretizzato, tempo fa, in un mirabile tributo a Giuseppe Verdi, gigante universale del melodramma, attraverso una rilettura, un arrangiamento in jazz di nove motivi tratti da alcune delle sue opere più celebri, eseguiti da Cinzia Tedesco, cantante e direttrice artistica del progetto, Stefano Sabatini, arrangiatore e pianista, Luca Pirozzi, contrabbassista, Giovanna Famulari, Violoncellista, e Pietro Iodice, batterista, i quali hanno dato vita a un momento di rara passione, quella che, come la musica, come ogni arte, vola oltre il tempo, oltre lo spazio, verso l’infinto. In effetti, se c’è un’espressione della natura umana capace di valicare la dimensione spazio-temporale, questa è l’arte, in tutte le sue manifestazioni: tra le arti, la forma universalmente più immediata, diretta, comprensibile è, senza discussioni, la musica, che, come la poesia, sublima, si potrebbe dire estremizza quel respiro di eterno che permea, nella percezione e nell’immaginario comune, la creatività artistica. Ed è vero, è una percezione corrispondente al vero: l’arte, la poesia, la musica, o meglio, la vera Arte, l’autentica Poesia e la grande Musica, come quella di Verdi, non restano vincolate alla realtà sensibile che le ha viste concepire e nascere; no, esse non si fermano nello spazio, esse non hanno tempo; è come se non avessero avuto neanche un vero inizio, come se fossero da sempre parte di noi, cosa che, poi, non si allontana dalla realtà. Ma andiamo, per ordine, partendo da una domanda: Cos’è l’Arte? L’Arte è qualcosa difficilmente inquadrabile concettualmente; tentare di farlo con intento perentorio espone sempre al rischio di palesare banalità. Meglio riformulare: Cosa può essere l’Arte? Un miracolo dei sensi, una manifestazione di genio, una proiezione di follia, un moto dell’anima, un’intuizione dello spirito, il risultato di un vissuto, l’idioma che fissa un pensiero? Può essere tutto questo, certamente; però può essere tanto altro, infinitamente altro. Ecco perché, nel rispondere alla domanda su cosa sia l’Arte, sarebbe meglio limitarsi a rispondere: “L’Arte è qualcosa”; qualcosa che, come l’esistenza, si può, si deve amare ma che non è possibile capire fino in fondo, essendo essa alimentata dal soffio dell’eternità, come, per l’appunto, l’esistenza, intesa nella sua accezione onnicomprensiva, inerentemente a cui non sussiste soluzione di continuità tra immanente e trascendente. E l’Arte, come l’eternità, è qualcosa di connaturato in noi, qualcosa che c’era prima, che c’è ora e che ci sarà dopo di noi, qualcosa che forse andrà oltre l’epilogo dei tempi: qualcosa che gli artisti, i musicisti, i poeti “semplicemente” decodificano, probabilmente, anzi sicuramente, in minima parte, rispetto all’infinità della sua essenza, con la loro sensibilità raffinata e più spiccata rispetto all’ordinario. Questo è il miracolo in cui si sostanzia l’espressione artistica, cui si accennava prima: l’eterno che si manifesta a noi grazie allo sguardo, forse profetico, di qualche rara sensibilità, capace di guardare, si chiede venia per l’artificio verbale e semantico, oltre il sensibile; in altre parole, lo sguardo infinito, e sull’infinito, concepito e osservato dal punto di vista della finitezza. Uno sguardo che ci illumina di bellezza; uno sguardo come quello rivelatosi nel concerto di Cinzia Tedesco e dei musicisti che l’hanno accompagnata, attraverso cui la produzione verdiana ha mostrato una sorprendente capacità d’adattamento a un genere, apparentemente lontanissimo dalla lirica, qual è il jazz, nato in contesti e sviluppatosi in tempi diversi rispetto a quelli che hanno visto la genesi delle opere di cui s’è fatta splendida citazione durante l’esibizione: La Traviata, Rigoletto, Il Trovatore, Nabucco, Aida, Otello e I Vespri Siciliani, astri lucenti e immortali, che le eccezionali qualità vocali della Tedesco, hanno accarezzato e fatto volare, evidenziando, con accenni anche pop, il sapiente intreccio degli arrangiamenti, i quali nell’ambito delle sonorità e dei ritmi jazz, ove ha grandeggiato, come durante la trascinante interpretazione di “Amami Alfredo”, Pietro Iodice, con la sua batteria Belman, sono riusciti, con eleganza, a serbare e rispettare lo spirito del “Cigno di Busseto”, in una serata ove l’essenza eterna della Grande Musica è emersa in maniera cristallina; in una serata ove perfino il Bob Dylan di Like a Rolling Stone, intonato durante il bis, non affatto è sembrato fuori luogo, al cospetto della nobiltà verdiana. Tutto in una serata, a Cerisano, ove…

Anche di Jazz vestito e sì riletto
Verdi del Cuore che Ama è qui diletto…