Festival delle Serre, il respiro di Roma nel Rugantino a Palazzo Sersale

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Lusinghiero apprezzamento, da parte del pubblico, per la celebre piece, che la compagnia “Teatro Club Gino Roma 1972” ha saputo splendidamente mettere in scena a Cerisano, ricreando suggestive atmosfere.

Il respiro di Roma, quello più colorato, vivace, autentico; il respiro che, da oltre mezzo secolo, si leva da una delle commedie musicali più belle e commoventi di sempre; il respiro che ieri sera, a Cerisano, ha guidato le emozioni del pubblico affollante i Giardini di Palazzo Sersale, ivi accomodatosi per assistere alla rappresentazione di Rugantino, la celebre piece di Garinei e Giovannini, che, opportunamente inserita nel cartellone del XXVI Festival delle Serre, dedicato a Roma, ha impreziosito l’offerta della Sezione “Teatro”, anche quest’anno baciata da generalizzato apprezzamento, con spettacoli ogni sera affollati e applauditi.

Apprezzamento che ieri ha colto un momento apicale, in quello che è stato l’ultimo appuntamento della Sezione, affidato dagli organizzatori alle peripezie e alle sbruffonate del giovane popolano romano, che, nella Roma dell’800, ancora soggiogata dal potere temporale dei papi, non riesce a stare lontano dai guai, dai trastulli e dalle donne, su tutte l’irresistibile Rosetta; quella Rosetta, archetipo della donna infelicemente sposata, apparentemente irraggiungibile e scostante e, invece, intimamente sensibile alle gentilezze di un cuore sincero; una sensibilità che, dopo tante vicissitudini, capitolerà di fronte alla corte dell’insistente Rugantino, il quale, pur di non perdere l’amore, il rispetto, l’ammirazione, faticosamente conquistati, della bella popolana, pagherà il prezzo più alto, non solo anteponendo, a ogni altro aspetto, sia il suo sentimento, come detto, ricambiato, sia il giudizio etico di Rosetta nei suoi confronti, ma anche restando fedele alla sua indole di spaccone impenitente: paradossalmente, ma non troppo, è proprio la sua innata baldanza a condurlo alla scelta estrema di sacrificare tutto sull’altare del fervore affettivo e della dignità; una scelta radicale, attraverso cui, nel fatale epilogo, Rugantino riesce a dimostrare contegno e coraggio, valori che egli aveva dissimulato, con la sua biasimevole condotta, per tutta la vita, trascorsa tra espedienti, imbrogli e burle.

Un intreccio introspettivo potente, addolcito da ironia, arguzia e, soprattutto, dalle stupende musiche e dalle indimenticabili canzoni del Maestro Trovajoli, che la compagnia “Teatro Club Gino Roma 1972” ha saputo mettere splendidamente in scena, ricreando quelle atmosfere, poeticamente rusticane, che l’immaginazione sovente associa alla sfera popolare della Roma papalina. Lasciando il Sersale, le memorabili maschere, che avevano poco prima calcato il pittoresco proscenio, ancora si muovevano nei nostri occhi, con Rugantino, il quale, grazie a Roma, che “nun fa la stupida”, nella notte umida regala poesia, altro che “… ‘na botta e via!” Ed è un’emozione bella, non solo per la sua “Ciumachella”.

Pierfrancesco Greco

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