Non c’è pace per i Laghi di Sibari, che oggi si ritrovano nuovamente prigionieri di un incubo che sembra non avere fine. Nonostante le passerelle istituzionali dei giorni scorsi, la forza del fiume Crati ha presentato un conto salatissimo, dimostrando che i recenti interventi di ripristino non erano altro che fragili soluzioni temporanee davanti alla furia della natura.
Erano circa le 12:48 di questo venerdì 20 febbraio 2026 quando l’ennesimo boato ha squarciato il silenzio operativo: un nuovo argine ha ceduto di schianto, innescando un ordine di evacuazione immediata che ha costretto tutti i lavoratori impegnati nelle pulizie a una fuga precipitosa per mettersi in salvo dalla piena imminente. A quanto pare, non c’è davvero mai fine al peggio per questo territorio martoriato.
Il paradosso è quasi crudele se si pensa che solo poco tempo fa l’area era stata meta di sopralluoghi d’alto profilo. La visita del capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, insieme a una nutrita schiera di amministratori locali, aveva acceso una speranza che oggi appare tristemente sbiadita.
Le rassicurazioni fornite davanti alle telecamere si sono scontrate con la realtà di un territorio che, alla prima ondata di maltempo, si è riscoperto vulnerabile esattamente come prima. È un ritorno al punto di partenza che brucia, lasciando residenti e operatori turistici con l’amara consapevolezza che, nonostante i proclami, nulla è strutturalmente cambiato.
Mentre l’acqua torna a invadere i canali e le strutture dei Laghi, resta la sensazione di un’emergenza gestita con troppi “tamponi” e poca lungimiranza. La cronaca di oggi non parla solo di un fiume che esonda, ma di una fragilità territoriale che attende ancora risposte concrete, mentre il fango continua a sommergere promesse che, alla prova dei fatti, non hanno saputo reggere l’urto della pioggia.



