Sab 2 Lug 2022
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A Cerisano il libro di Leporace su Giacomo Mancini

La politica è una dimensione dell’umano agire avente come mezzo e come fine un orizzonte: il servizio a una collettività, piccola o grande che sia.

Questo è il solo aspetto attraverso cui declinare, concettualmente e fattualmente, l’agire politico. Tutto ciò che esula da tale assioma non è politica, è altro, e rientra nel vasto e indistinto ambito dell’antipolitica, che da decenni, e in misura costantemente crescente, ammorba l’agone, a ogni livello. Un agone ove lo starnazzare populistico è all’ordine del giorno.

Un agone contestualmente a cui una personalità come quella di Giacomo Mancini, tratteggiata con acribia dal giornalista Paride Leporace in un volume – “Giacomo Mancini . Un avvocato del Sud – che sta catalizzando notevole attenzione tra critici, politici e lettori e che è stato presentato, nel tardo pomeriggio di ieri, anche a Cerisano, risulterebbe anacronistica, fuori luogo, lontana anni luce dalla banalità di cui sovente risulta ostaggio il dibattito inerente al governo della cosa pubblica; certamente la banalità non è una caratteristica associabile alla parabola esistenziale e politica di questo socialista, cosentino, nell’origine e nella determinazione, italiano ed europeo, nell’azione e nella visione, laureatosi a Torino e, nel contempo, legato indissolubilmente al Mezzogiorno, impegnato, durante la guerra, nella Resistenza romana con un ardore traente spinta propulsiva dal suo amore per la libertà, quello che lo guidò durante la militanza politica a Cosenza e, più tardi, nelle sfere nazionali, come deputato, ministro, segretario del Partito Socialista Italiano, in un itinerario copioso di progetti e azioni, ansie e soddisfazioni, intuizioni ed errori, vittorie e frustrazioni, ebrezza e amarezza; un itinerario diuturnamente orientato a promuovere, in un’ottica nazionale ed europea, la realtà meridionale, onorando la vocazione al servizio di cui si scriveva poco fa; quel meridione di cui egli si sentiva veramente alfiere, difensore, promotore di progesso e riscatto, con uno sguardo particolare verso le categorie svantaggiate e più vulnerabili – in questo contesto va inquadrata la sua determinazione, da ministro della Sanità, volta a introdurre la vaccinazione antipolio di Sabin, che fu garanzia di vita e sorrisi per i bambini italiani – e verso quei settori idealistici in cui riscontrava tracce di quell’eterodossia libertaria, con venature anarchiche, su cui pensare e attuare una politica e una socialità autenticamente congrua a un’esistenza affrancata da ogni catena morale e materiale. Un percorso straordinario e in tutto e per tutto umano, con i bagliori e i chiaroscuri, le albe e i crepuscoli propri della nostra condizione immanente, che egli concluse da sindaco in carica, nella sua Città, nella sua casa, in pieno centro storico, affacciata sulla salita che conduce al Liceo Classico, scrigno di cultura. Quella cultura da cui Mancini trasse forza nelle sue battaglie e a cui guardò come stella polare nell’itinerario di cui si sta qui discorrendo e di cui s’è parlato ieri, tra riflessioni, aneddoti ed emozioni, a Cerisano, nel suggestivo proscenio di piazza Zupi, ove tante volte, nei suoi anni ruggenti, il vecchio leone socialista ha affidato ai sensi degli astanti, sempre numerosi ogni qualvolta egli si recava nel borgo delle Serre, vividi sprazzi dei suoi ideali, stillanti valori di progresso laico e libertario.

Coordinata dal giornalista Massimo Clausi, la presentazione del volume è stata affidata alle considerazioni del Sindaco di Cerisano, Lucio di Gioia e di autorevoli esponenti del consesso politico meridionale, che, a vari livelli e in contesti tra essi diversi, hanno incrociato i loro passi con quelli del “Compagno” Mancini, quali Franz Caruso, Sindaco di Cosenza, da sempre “fedele” al PSI, Franco Caputo, ex Sindaco di Cerisano, socialista dal lusinghiero pedigree, e Nicola Adamo, ex dirigente regionale del Partito Comunista Italiano, del Partito Democratico della Sinistra e dei Democratici di Sinistra, oltre che ex deputato e vicepresidente della Regione Calabria. Un dibattito che ha riempito di storia e nostalgia il pomeriggio nel borgo delle Serre, a cui hanno fatto da compendio le parole dell’autore, Paride Leporace; il suo slancio divulgativo, reso emotivamente più marcato dalle sue origini cerisanesi, ha regalato, in linea col taglio connotante il libro, un ritratto del leader, o meglio, dello statista socialista circostanziato e coinvolgente, rifuggente da qualsiasi cedimento agiografico e soprattutto focalizzato, in un anelito introspettivo, sulla tensione etica e innovatrice della sua azione politica: l’Etica del fare, del proporre, del guardare lontano, verso le generazioni del futuro. Quelle generazioni che nel libro di Leporace potranno trovare l’esplicativa narrazione di uno stile, più che di un individuo; uno stile che ha segnato un’epoca della politica italiana e calabrese, capace di affacciarsi sul mondo, sempre all’insegna della difesa delle libertà democratiche, come testimoniarono, il giorno dell’estremo saluto, nell’aprile del 2002, in un’affollata Piazza dei Bruzi, colorata dallo sventolio delle banbiere rosse, i numerosi messaggi di cordoglio inviati da partiti e forze democratiche estere, a cui Mancini non fece mancare il suo sostegno nella lotta contro feroci sistemi dittatoriali.

Uno stile, una vita, un’etica del fare che è rimasta nella memoria collettiva, in particolare nella sua Città, ove è ancora fattore ispiratore per chi si accosta alla dimensione amministrativa, a prescindere dalle appartenenze partitiche. Sì, è rimasto tanto, anche in chi lo ha conosciuto quando la parabola di questo socialista, cosentino, nell’origine e nella determinazione, italiano ed europeo, nell’azione e nella visione, era prossima all’epilogo … Al sottoscritto, ad esempio, rimane il ricordo di un sorriso e di una stretta di mano, proprio a Cerisano, in piazza Zupi, una sera dell’anno 1999: s’era appena conclusa una manifestazione, a cui egli aveva partecipato insieme con Franco Caputo. Allora, appena ventenne, io avevo avuto l’onore di annunciarne, al microfono, l’arrivo in piazza. Ricordo che al termine, dopo un’interessante dissertazione sull’atavica pulsione alla divisione, propria della Sinistra, mi fece cenno di andare verso di lui… Io, sorpreso dell’attenzione che mi aveva rivolto, mi avvicinai: sorrise, porse la mano, la strinsi … Poche parole, per chiedermi a quale facoltà universitaria fossi iscritto … Una breve risposta, poi un saluto, quindi andò via … Il suo ricordo, invece, è sempre presente … Il ricordo che diventa esempio: l’esempio di ciò che è, che deve essere la politica.